8 miliardi di tonnellate di Co2 nel commercio internazionale. Mappate le responsabilità dei consumatori

Abbiamo mai pensato a quanta Co2 “acquistiamo” con un capo di abbigliamento, un utensile per la casa, un regalo per un amico? Quante emissioni di gas serra sono ogni giorno nel nostro carrello della spesa? E se oltre al prezzo e la qualità dei prodotti, prendessimo in considerazione anche questo criterio nella scelta dei nostri consumi?

Accende i riflettori sulle responsabilità del consumatore il recente studio dei ricercatori delle Università di Aarhus e Siena pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Cleaner Production” che ridisegna la mappa mondiale dei flussi delle emissioni di Co2 tenendo conto del peso del commercio internazionale e del fatto che quasi un quarto delle emissioni globali sono emesse in una nazione per produrre beni consumati in un’altra nazione.

Con questo nuovo punto di vista, cala la responsabilità di molti paesi in via di sviluppo produttori e esportatori di emissioni, prima fra tutti la Cina, ma anche la Russia e molti paesi del Medioriente, mentre aumenta la responsabilità dei paesi importatori che godono del consumo di quei beni.

La ricerca ha stimato le emissioni di anidride carbonica emesse dalle popolazioni di oltre 170 nazioni nel mondo sulla base dei loro consumi, mostrando che ben 8 miliardi di tonnellate di Co2 risultano “incorporate” nel commercio internazionale.

Anche l’Italia non sfugge al conteggio: come quasi tutti i paesi sviluppati, è un importatore di emissioni e con questo sistema di calcolo aumenta le proprie emissioni nazionali di circa un quarto.

I dati pubblicati ci dicono che il paese che importa la maggiore quantità di Co2 ‘nascosta’ sono gli Stati Uniti, con 1228 milioni di tonnellate di gas serra che si sommano a quelle derivanti dalla propria produzione e che fanno aumentare lo score nazionale del 15%.

In Europa le nazioni che importano di più sono l’Olanda, che raddoppia la propria responsabilità in termini di emissioni, la Francia con un +50% e il Regno Unito che segna +35%.

L’area del Mediterraneo complessivamente ha un consumo di emissioni maggiore rispetto alla sua produzione. Questo è dovuto soprattutto alle importazioni provenienti da Cina, Russia e dai paesi arabi, come l’Arabia Saudita, verso Francia, Italia, Spagna e Turchia. All’interno dell’area si evidenzia inoltre l’importante flusso di emissioni da Algeria e Libia verso l’Italia.

I dati disegnano quindi una mappatura dei flussi di emissioni inquinanti a livello mondiale differente rispetto a quella ricavata dal calcolo tradizionale della produzione dentro i confini nazionali, che deve far riflettere sulla divisione tra paesi virtuosi e non, anche alla luce della recente intesa sui cambiamenti climatici adottata alla Cop21 di Parigi e dell’attuazione di strategie realmente efficaci per il futuro sostenibile del pianeta.

“Uno degli effetti principali del sistema economico attuale – spiega Dario Caro, principale autore dell’analisi – è la delocalizzazione della produzione, dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo. Così, oltre a ridurre i costi di produzione, si sfruttano le risorse degli ultimi, senza essere minimamente responsabilizzati da un punto di vista politico-ambientale”.

“Assegnare una più equa responsabilità delle emissioni ad ogni nazione – prosegue Caro – comporterebbe la necessità di un impegno maggiore nella riduzione dei gas serra per quei paesi che utilizzano le risorse del nostro pianeta per soddisfare i propri consumi. Oggi invece queste nazioni hanno la possibilità di scaricare le loro responsabilità ambientali su paesi che hanno, per svariate ragioni, obblighi ambientali minori”.

Sebbene alcuni studi avessero già mostrato gli effetti di una diversa allocazione delle emissioni, la ricerca presenta un elemento innovativo importante dal punto di vista metodologico, come spiegano gli autori della pubblicazione: “A differenza dei più sofisticati metodi per assegnare la responsabilità al consumatore, quello da noi presentato richiede un più limitato numero di dati, non sostituisce l’attuale sistema utilizzato bensì lo completa, introducendo il commercio nella contabilizzazione. Questo significa che potrebbe essere implementato a partire da subito, senza necessariamente riconfigurare la metodologia esistente”.

Insieme all’invito a noi consumatori finali a interrogarci sulle responsabilità delle nostre scelte di consumo, il messaggio a decision makers, opinion leader, governatori in ascolto è chiaro: si può fare.

 

 

“Mapping the international flows of GHG emissions within a more feasible consumption-based framework” Dario Caro, Federico Maria Pulselli, Simone Borghesi, Simone Bastianoni – Journal of Cleaner Production 147 (2017) 142e151

Nell’immagine i maggiori flussi di emissioni (Mt CO2) incorporati negli scambi nel 2012. La mappa mostra flussi di emissioni superiori a 70 Mt CO2.

 

S.L.

19 aprile 2017