La responsabilità è la vera innovazione introdotta da Papa Francesco

Il professor Marco Ventura spiega i cambiamenti nel diritto canonico alla luce dell’ultima epistola apostolica.

“Dio è morto” scriveva Nietzsche alla fine dell’Ottocento e meno di un secolo dopo così cantava Francesco Guccini. Due mondi, due significati molto diversi di questo aforisma che ha segnato periodi di grande cambiamento nel percepire il ruolo dell’uomo in rapporto al suo agire universale, in un caso, sociale, nell’altro. A distanza di altri cinquant’anni, la religione ha cambiato nuovamente il suo posto nel pensiero, nella vita, nel sistema dei valori spirituali e culturali, riguadagnandosi – almeno rispetto all’Occidente – una collocazione primaria, rientrando potentemente nella sfera della discussione politica, geopolitica  – anche in modo drammatico – e coinvolgendo tematiche per lunghi anni confinate al livello dell’individualità, come la sessualità, la percezione etica della vita e della morte, la stessa presenza di Dio nell’esistenza umana.

L’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco si è inserito in un flusso di cambiamenti epocali, quando nel mondo, ormai globalizzato, l’Occidente, soprattutto inteso come universo culturale, sta perdendo la sua centralità. L’azione innovativa del Papa – segnata anche dalla recente lettera apostolica “Misericordia et misera”  va dunque analizzata a partire da un punto di vista che deve certamente essere globale, all’interno di una Chiesa che ha come riferimento non più essenzialmente l’Europa, come ricorda Marco Ventura, professore di diritto Canonico ed Ecclesiastico all’Università di Siena, che dallo scorso anno tiene in Ateneo anche un insegnamento sui rapporti tra diritto e islam.

Professor Ventura, lei ha recentemente tenuto alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma un intervento sul tema della responsabilità del giurista di fronte al Magistero di Francesco. Qual è l’apporto innovativo in questo senso?

Francesco invita a un nuovo rapporto con il concetto di responsabilità sia all’interno della dimensione collettiva che in quella individuale e in quest’ottica va compresa la sua azione. Non è quindi il Papa, come ritengono alcuni, uno smantellatore di norme, anzi il suo è un richiamo potente ad un’azione che abbia sempre alla sua base la responsabilità, a tutti i livelli. In questo senso il ruolo dei giuristi diviene importante per far comprendere la natura di questa chiamata alla responsabilità.

Secondo lei come è percepita l’azione del Papa? E’ avvertita come innovativa anche al di fuori dell’Occidente?

L’azione di Francesco è rivolta a tutti. Utilizzando uno schema grafico, direi che potremmo mettere al centro del popolo di Francesco la comunità cattolica, intorno ad essa il grande cerchio della comunità dei credenti, poi quello della comunità civile globale. Nell’Evangeli gaudium ha annunciato una sfida per tutti, attraverso quattro concetti-chiave trasversali e universali: “il tempo è superiore allo spazio”, “l’unità prevale sulla complessità”, “la realtà è più importante delle idee”, “il tutto è superiore alla parte”. Questi sono principi applicabili a tutti i livelli, che vengono attivati dall’elemento straordinario della responsabilità, attraverso la quale la Chiesa si apre al mondo. Le aperture verso l’omosessualità, il divorzio, l’aborto, vanno lette in questa chiave di responsabilizzazione collettiva e individuale. Sarebbe così sbagliato non accorgersi di quanto la posizione di Francesco sia esigente.

Come si inserisce l’agire del Papa in una società che appare secolarizzata da un lato e che dall’altro recepisce nuovi stimoli spirituali?

Si può affermare che in realtà non emergano evidenze di una qualche accelerazione della secolarizzazione. Siamo anzi di fronte a indicatori che possono essere letti in modo diverso. C’è un cambiamento nella religiosità, cambia il rapporto con il divino, c’è la ricerca di nuove forme di spiritualità: in Italia ci sono meno battesimi, meno vocazioni sacerdotali, ma si calcolano circa un milione di seguaci delle discipline yoga. C’è una crisi di quelle forme della spiritualità che per noi sono tradizionali. D’altro canto, per le celebrazioni di Fatima del 2017 c’è già il tutto esaurito. E che dire delle scuole di management che studiano i meccanismi della governance all’interno delle comunità gesuitiche o del marketing che si ispira alla propaganda religiosa, o del recente libro del teologo Harvey Cox, “Il mercato come Dio”? Le nuove forme di religione si integrano con la scienza, per i teologi la nuova frontiera è lavorare con i neuroscienziati, gli psicologi sociali. In questo complesso contesto il Papa non poteva che porsi in un modo universale, attraverso concetti validi sempre e ovunque.

Quindi, ritornando al tema dell’assoluzione dal peccato di aborto, qual è la novità che emerge?

Ancora una volta viene richiamato il tema della responsabilità. Il sacerdote e insieme a lui la comunità sono chiamati a una responsabilizzazione diretta. Nonostante le spinte contrarie a Francesco, il diritto canonico sarà cambiato. Di qui in poi il percorso sarà quello del confronto con il diritto civile, perché la Chiesa agisce globalmente in contesti sociali, culturali e giuridici assai differenti tra loro, dove, dobbiamo tenerlo presente, i presupposti sono talora addirittura rovesciati rispetto a quelli del nostro mondo occidentale.

 

Il professor Ventura è tra l’altro direttore del Centro per le scienze religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Parteciperà all’European Academy of Religion che si terrà a Bologna il 4 e 5 dicembre prossimi, con il patrocinio del Parlamento Europeo, un grande summit che vedrà la presenza di oltre 300 gruppi di ricerca, tra cui il law and religion programme del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Siena.

 

A.G.

25 novembre 2016