Zoologi e statistici per determinare le popolazioni di fauna selvatica

Uno studio sui cinghiali ha individuato una metodologia che permette di stabilire con buona approssimazione il trend di variazione del numero di esemplari presenti su un territorio.

Animali selvatici in aumento, rischio per l’agricoltura. Sempre più spesso viene messa in relazione la proliferazione di certe specie con i danni ai raccolti. Dati alla mano, infatti, gli agricoltori lamentano devastazioni nelle coltivazioni causate soprattutto da cinghiali, che in certe zone d’Italia sembrano essere presenti in numero crescente. Ma, se i danni per i mancati raccolti sono quantificabili, come è possibile avere numeri certi sulla presenza di animali selvatici?

Sul monitoraggio delle popolazioni di ungulati da anni lavorano i ricercatori dell’Università di Siena, anche in collaborazione con enti territoriali, come il Parco Regionale della Maremma. La Toscana, infatti, con il suo esteso patrimonio forestale è una delle aree italiane con la più alta presenza di animali selvatici, che rappresentano una variabile da tenere sotto controllo, sia dal punto di vista della tutela faunistica che dei raccolti, nel tentativo di preservare l’equilibrio tra natura e attività antropiche.

Un lavoro di ricerca tra zoologia, ecologia e statistica è ciò che propongono ricercatori dell’Ateneo senese, il dottor Francesco Ferretti, esperto di ecologia comportamentale, gli statistici professor Lorenzo Fattorini e professoressa Caterina Pisani, e il dottor Andrea Sforzi, direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma. Il lavoro, svolto in collaborazione e con il supporto dell’Ente Parco Regionale della Maremma, ha permesso di determinare un indice numerico relativo in grado di valutare la variazione nel tempo della popolazione di cinghiali, oltre che stimare con accuratezza il numero di caprioli e daini.

Attraverso l’incrocio di dati che riguardano la conta delle feci, ottenuta grazie a un complesso sistema statistico di definizione di precisi settori di rilevamento, utilizzando anche il GPS, gli studiosi sono arrivati a tracciare un metodo di monitoraggio che si è rivelato valido, anche alla prova con i dati rilevati attraverso altre azioni realizzate dall’Ente Parco.

In pratica, il gruppo di studiosi ha determinato un metodo valido per comprendere la variazione nel tempo della quantità di esemplari presenti in una determinata zona, riuscendo a individuare una significativa diminuzione dei cinghiali, confermata anche dai dati derivanti dal controllo numerico e dal monitoraggio dei danni causati  alle produzioni agricole.

“Il monitoraggio delle popolazioni animali è un tema molto dibattuto in gestione della fauna ed è il primo passo per la definizione di strategie corrette di gestione e conservazione del territorio”, dice Ferretti. “La ricerca che abbiamo condotto tra il 2007 e il 2014 per determinare un metodo valido di conteggio dei cinghiali ha fornito dati coerenti con quelli derivanti dal contenimento numerico e dalla stima dei danni alle produzioni agricole. Gli statistici hanno impostato un sistema di campionamento adeguato alla ricerca zoologica applicata alla gestione faunistica e siamo così riusciti a ottenere dati, attraverso la ricerca classica sul territorio, che poggiano su solide basi statistiche”.

Ogni anno sono stati valutati ben 258 punti di conteggio delle feci, identificati attraverso un sistema di campionamento impostato dal prof. Fattorini e dalla prof. Pisani, precedentemente utilizzato per daini e caprioli e adottato poi per la ricerca sui cinghiali.

Fin dal 2000 l’Ente Parco Regionale della Maremma ha investito in questa direzione, affidando all’Ateneo senese, inizialmente sotto la supervisione del professor Sandro Lovari, l’incarico di impostare un protocollo idoneo al monitoraggio degli ungulati. Dopo numerosi test sul campo e un continuo scambio di informazioni tra biologi e statistici, nell’arco di oltre 7 anni è stato impostato un protocollo successivamente adottato annualmente dall’Ente Parco, a supporto delle azioni svolte per la gestione della fauna.

“La  gestione delle specie – precisa Ferretti – dovrebbe basarsi su dati validati. La conta delle popolazioni animali selvatiche è estremamente complessa ed è quindi importante per la salvaguardia dell’equilibrio naturale che gli interventi avvengano su premesse  attendibili. Il metodo che proponiamo rappresenta una potenziale risposta dalle esigenze di monitoraggio”.

Lo studio “The use of faeces counts to estimate relative densities of wild boar in a  Mediterranean area” è stato pubblicato su Population Ecology, Springer, 2016 (DOI 10.1007/s10144-016-0536-3).

A.G.

18 gennaio 2017